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Tim Burton e la Sposa Cadavere
Un matrimonio "al di là" di ogni immaginazione
“…e vissero felici e contenti”. Di solito si dice così quando c’è di mezzo un matrimonio. Ma le nozze di cui si parla in questo film hanno un piccolo problema. Quel “vissero”. Perché la sposa, in realtà, è già morta…
di Alessia Mari
Inserito a Marzo 2006
C’era una volta. Le favole cominciano sempre così. Soprattutto se sono favole d’amore. Ma c’è qualcosa di oscuro nell’inizio della favola che stiamo per raccontare. Qualcosa che ci porta nel profondo delle tenebre.
Un’antica storia ppolare della Russia dell'Ottocento narra di alcuni antisemiti che erano soliti fare irruzione nei templi durante la celebrazione di matrimoni di coppie ebree. La sposa, colpevole di propagare la "razza ebraica", veniva rapita, e molto spesso uccisa. Era poi seppellita in mezzo ai boschi con ancora indosso il suo abito nuziale. Di qui, la macabra leggenda di cuori squarciati, che smettevano di battere ancora prima di cominciare ad amare, e che attendono da secoli, sepolti nella terra, di poter dare inizio alla loro favola d’amore.
Dieci anni fa, un amico portò a Tim Burton questa piccola storia, un paio di paragrafi tratti da una vecchia fiaba contadina. Una scintilla, per la fantasia visionaria di Burton, che decise di farne un film molto particolare. Nacque così “The corpse bride – La sposa cadavere”, una favola nera animata da pupazzi di plastilina, una storia d’amore impossibile ambientata nell’aldilà.
Parla di Victor, figlio di un pescivendolo arricchito, promesso sposo di Victoria, erede di una famiglia di nobili decaduti. I due giovani non si sono mai visti, le nozze sono state decise per interesse: i matrimoni combinati esistono anche nel mondo dei pupazzi. Ma la scintilla, per fortuna, scocca, e alle prove del matrimonio Victoria si innamora per davvero del suo goffo fidanzato, ricambiata da un paio di occhioni sognanti e maldestri. Ma, come ogni uomo prossimo all’altare, Victor è nervoso. Durante i preparativi viene colto da un attacco di panico, e fugge nel bosco. Lì si esercita da solo con la formula di rito, e, provando e riprovando, infila sbadatamente l’anello nuziale in un ramo secco che spunta dal terreno. E quell’anello, simbolo di vita e di nuovo inizio, fa accadere la magia. Il ramo in realtà non è un ramo, ma il dito ossuto di una giovane sposina, morta aspettando il ritorno del suo amato e sepolta, anche lei, con il suo abito nuziale. Risvegliata dall’anello che tanto aspettava, Emily, la sposa cadavere, ridotta a scheletro, ma in fondo graziosa, a parte un vermetto parlante che le spunta da un occhio, reclama Victor come suo legittimo marito. Non è cattiva. Ha solo atteso tanto il suo grande amore. E l’amore, si sa, può essere crudele. Non le importa della sposa vivente che attende Victor nell’ “al di qua”. Lui ormai è suo, l’anello ne è testimone, e la seguirà nel regno dei morti,.
Che in realtà è molto più vitale di quanto il timoroso Victor potesse immaginare. Un oltretomba vivace, esuberante, colorato, molto più vivo del mondo dei vivi, e più divertente. C’è perfino un bar, frequentatissimo da defunti allegri e pieni di energia. Il regno dei vivi, invece, gotico e vittoriano, è legato dal conformismo, con persone tristi, città annerite e boschi scuri. Avvolto dalla magia dell’aldilà, con la nostalgia della vita sulla terra, Victor si dibatte tra due mondi, e tra due amori. Alla fine capirà che non è questione di confini: in qualsiasi mondo, sarà sempre in grado di riconoscere la sua vera sposa. In fondo, è questo il senso di ogni favola d’amore.
Una favola lugubre, come già “Il mistero di Sleepy Hollow” e “The Nightmare Before Christmas”, atmosfere notturne che Tim Burton ha colorato di blu e di viola. Una nuova perla nera del regista dalla fantasia nerissima. Un musical macabro, presentato con applausi a scena aperta all’ultimo Festival del cinema di Venezia.
Un film fatto di pupazzi. Pupazzi di plastilina animati con la tecnica antica dello stop motion, che conferisce alle immagini uno spessore quasi tattile. I pupazzi sembrano davvero muoversi sulla scena, inquadratura dopo inquadratura. Non sono disegni. È tutto vero. Le marionette hanno dentro la faccia alcuni meccanismi per modificare le espressioni del volto, che sembrano quasi umane. In realtà lo sono. Gli enormi occhi rotondi, sbalorditi e sognanti di Victor sono modellati su quelli di Johnny Depp, l’attore – talismano di Burton. Emily, la sposa cadavere, ha invece il viso etereo e malinconico di Helena Bonham Carter, sposa del regista nella vita vera. Anche le voci corrispondono. Una simbiosi perfetta tra anima vocale e corpo di plastilina, per cui la Warner ha promesso di mantenere le voci originali anche nelle versioni del film destinate all’estero. Il risultato è smaltato e perfetto, con colori morbidi e movimenti fluidi, grazie ad una tecnica più affinata rispetto a “The Nightmare before Christmas”, realizzato ormai dieci anni fa.
Il film è popolato di allegri scheletri ballerini, che fanno da guida in uno strano mondo popolato da musicisti, giocatori di biliardo, bambini e animali scheletrici. Tutti morti. Pupazzi gotici e dark per un’altra storia macabra, ma al tempo stesso romantica e anche spiritosa, come tutti le favole che Tim Burton spaccia per film. Perché il visionario regista ha capito che anche il regno dei morti può avere il suo lato goffo e comico. A Burton piace sguazzare nelle tenebre. E gli piace pensare che, dopo ogni suo film, i bambini di tutte le età non avranno mai più paura del buio.
Curiosità: “Stop – motion”, come i pupazzi diventano animati
La tecnica è la stessa dei cartoni animati. Ma qui l’oggetto da animare non è un disegno, ma un oggetto vero, come una scultura in plastilina o un pupazzo meccanico. Per ogni secondo di pellicola da filmare, il personaggio viene mosso per ben 24 volte. In stop-motion sono state realizzate scene di “Jurassic Park”, o interi lungometraggi come “Galline in fuga”.
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