Culturalmente

logo venezia

 

Pasolini prossimo nostro , Yeyan (The banquet) di Feng Xiaogang, The Fountain di Darren Aronofsky, Non prendere impegni stasera di Gianluca Tavarelli, La noche de los girasoles di Jorge Sanchez Cabezudo, Sanxia Haoren (Still life) di Jia Zhang-ke, L’etoile du soldat di Chrisophe de Ponfilly, L’intouchable di Benoit Jacquot, Summer Love di Piotr Uklanski, Mientras tanto di Diego Leman, L’udienza è aperta di Vincenzo Marra, Azul oscuro casi negro di Daniel Sanchez Arevalo, Il diavolo veste Prada di David Frankel, La rieducazione di Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Denis Malagnino, Daniele Guerrino, Nuovo Mondo (The golden door) di Emanale Crialese, Ostrov – The Island di Pavel Lounguine, The magic Flute di Kennet Branagh, Quijote di Mimmo Paladino, The Queen di Stephen Frears

di Alessia Mari

 

Inserito a agosto 2006

Pasolini prossimo nostro di Giuseppe Bertolucci
63 minuti per un distillato di vita e poesia che ti incolla allo schermo. Perché non si può chiamarlo semplicemente “documentario”

1975: Pasolini si racconta, si confessa, anzi ci confessa. Confessioni fatte al giornalista Gideon Bachman, infiltrato sul set di Salò, o le ultime 120 giornate di Sodoma. 50 ore di interviste, 7200 foto di scena, 3000 metri di riprese sul set che, decantate e lasciate riposare, hanno creato questa opera strana, rielaborata da Bertolucci a distanza di quasi 30 anni.
Camera fissa su un volto che ti interroga mentre spiega, brevi inserzioni di riprese di scena, foto di backstage montate in sequenza su un tappeto di musica classica, come un film del film. Pasolini si preoccupava a quale pubblico dovessero arrivare le sue parole; la destinazione dell’intervista non gli era chiara. E allora decise di rivolgersi all’umanità. Tutta, anche quella futura. Noi. Pasolini che, forse, morì per recuperare gli originali rubati di quelle ultime giornate di Salò. Pasolini che nell’ultima parte della sua vita abbandonò la poesia per un nuovo linguaggio, il cinema. Per lui “è una lingua diversa, la lingua che esprime la realtà attraverso la realtà. Invece la lingua italiana esprime la realtà attraverso un sistema di segni”. E così, il Poeta scomodo diventò il Regista scomodo, e cominciò a spiegare l’esistenza come un grande set. “Quando sogniamo e ricordiamo, giriamo dentro di noi dei piccoli film…e in fondo quando uno ha visto un film, gli pare di aver sognato”. Sogniamo con la sceneggiatura, perciò.
E dopo il sogno, stoccate contro la società conformista e dei consumi, che illude l’uomo di possedere la libertà. “Le società repressive reprimono tutto, quindi gli uomini possono fare tutto. Quelle permissive permettono qualcosa. E si può fare (si deve?) solo quel qualcosa”. Questo diceva Pasolini, scagliandosi, calmo ma pieno di furore, contro il falso romanticismo delle coppiette che, tenendosi per mano, si baciano e vanno all’Upim. Quel volto nato nel 1922 sarebbe ancora vivo ad ammonirci oggi se non fosse stato ucciso dalla nostra ipocrisia. Ma forse aveva già detto tutto, ed era stanco di ripetere. La società conformista, il potere cattivo della televisione, i formaggini che non sono vero cibo, persino gli sbarchi in Sicilia di questa estate. Aveva previsto tutto. Regista gentile, uomo gentile, un vero uomo, non gridava mai con le comparse del suo pensiero, quelle che lo aiutavano a mettere in scena i suoi fantasmi. Per convincerci ad allarmarci ha usato lo scandalo, lo schifo, la nausea. Non ce ne siamo accorti in tempo per farci dire le prossime puntate.
“Prossimo nostro” è una citazione da Klossowski. Prossimo nel senso di colui che è più vicino. Ma anche nel senso di colui che deve ancora accadere. E che ci ammonisce da un futuro che lui ha già visto, tanti anni fa.
TORNA SU

 

Yeyan (The banquet) di Feng Xiaogang
L’Amleto ha viaggiato in Cina. Lunghi tempi orientali e suntuosi costumi di seta lucida, per passioni che straziano ogni mondo, ad ogni parallelo

Anche nel mondo puro e lucido fatto di saggezza orientale le passioni travolgono i destini degli uomini. Feriscono la carne, e il sangue gronda sulle maschere bianche, di quel bianco accecante che in oriente non vuol dire purezza, ma lutto. Un lutto che diventa danza leggiadra, e poi battaglia truculenta, vendetta che squarcia la gola con spade non appuntite. Le battaglie sono danze in questo film dalle mille coreografie.
Un’imperatrice, sposa bambina del suo padre/marito morto, si unisce in seconde nozze, anch’esse finte e non guidate dall’amore, con il crudele zio/cognato. Ma lui è solo rozza e spaventata lussuria, la vera crudeltà è lei, prima vittima e poi aguzzina. Lei, regina cattiva e solitaria, che vuole sopravvivere per regnare, anche da sola. E intanto invidia il vero amore, la purezza dell’innamorata di suo fratello, vera sposa, che muore per non lasciar solo il suo amato nel regno delle ombre.
Questa principessa buona muore di veleno, a filo rosso sulla bocca, unica non deturpata dall’offesa di una lama, unica che vivrà per sempre. Perché ha donato l’amore, e la sua vita, al suo principe. La regina crudele, invece, morirà sola. Non aveva amore in sé. Aveva solo il desiderio mortifero di possederne.
TORNA SU

The Fountain di Darren Aronofsky
Il film più stroncato alla 63° Mostra del Cinema di Venezia. Che per una volta ha messo d’accordo pubblico, critici e organizzatori

Ci sono un cavaliere, un chirurgo e Mastro Lindo. Iniziava così una delle stroncature sul muro di Gianni Ippoliti. Il film più fischiato alla Mostra del cinema di Venezia. Almeno finchè non si è saputo chi aveva vinto il leone d’oro. Il lavoro di Darren Aronofsky era attesissimo al lido. Regista di culto (Requiem for a dream), attori pure (il protagonista, Hugh Jackman, era un X-man). Ma qualcosa è andato storto.
Questa fontana fa acqua da tutte le parti. La classica storia che “avrebbe potuto essere” e invece non è stata. E dire che il soggetto era buono, immortale. La ricerca dell’amore, o della vita, in tre epoche diverse, che si rincorrono a cavallo dei secoli, intrecciandosi. Forse un po’ troppo. Così arriva il garbuglio. La regia va fuori tema, tra i deliri di un cavaliere spagnolo che si trasforma in un giardino di begonie per aver trangugiato il liquido dell’immortalità, e le visioni para-buddistiche-newage di un delirante futuro, ambientato in una bolla spaziale a suon di effetti speciali in microfotografia. Così alla fine ci si aggrappa alla storia ambientata nel presente, una specie di Scelta d’amore alla rovescio, ma senza Julia Roberts.
Non è colpa degli attori. Brad Pitt e Cate Blanchett, contattati inizialmente per essere i protagonisti, non avrebbero reso più bevibile l’acqua di questa Fontana. Dicono che il regista abbia aspettato 5 anni per fare questo film. Qualcuno ha scritto sul muro di Ippoliti che Venezia è ancora in tempo per costruire il Mose, prima che un’altra goccia di questa Fontana faccia traboccare la Mostra del cinema del 2011. Intanto, si mormora che per la Festa del Cinema di Roma sia già pronto un remake. Walter ha fatto le cose in grande. Lo chiamerà The big Fountain. Er Fontanone.
TORNA SU

Non prendere impegni stasera di Gianluca Tavarelli
La peggio semigioventù degli anni nostri. Quarantenni in bilico, ancora indecisi su che fare delle proprie vite, dei propri amori, delle proprie malattie

Uomini e donne ripresi nel tentativo di non cadere. Frustrati, che, dopo aver rincorso grandi sogni, si accontentano di piccole cose confortanti. Macchina a mano e luce naturale per seguire al meglio la recitazione del suo gruppo di attori (tra cui Giorgio Tirabassi di Distretto di Polizia, lo Zingaretti di Montalbano, Alessandro Gassmann e Paola Cortellesi). Questo era il progetto del regista. Per fare un film arioso e corale, che avesse come protagonista anche Roma, una città ripresa nei suoi vizi e nelle sue virtù quotidiane: il traffico, l’attesa dei bus, gli spettacolari panorami visti dai tetti. Riprese a cavallo tra fiction e documentario, per dare la sensazione di una città viva, che non accetta di essere sfondo, che vuole entrare a forza nel film.
Ma anche qui qualcosa è andato storto. Una sceneggiatura scontata, prevedibile, con pochi momenti poetici, nessuna prova d’attore. Storie che si intrecciano, nessuna che lasci il segno. Tranne un punto interrogativo, un buco nella sceneggiatura, sbeffeggiato dal solito muro di Ippoliti: ma come fa Zingaretti-Montalbano ad affogare cadendo da un pattino sul lago di Bracciano? Novello Di Caprio, senza la bionda chioma, annega senza parole né spiegazioni, accanto alla sua giovane amante, che sopravvive, e che invece la bionda chioma ce l’ha. E infatti, è riuscita ad acchiappare l’unico premio concesso a questo non riuscito film: la coppa dello sponsor, il premio Wella – belli capelli.
TORNA SU

La noche de los girasoles di Jorge Sanchez Cabezudo
Ognuno di noi, come i girasoli di notte, può nel caos di una tragedia sciocca, che spazza via tutta la nostra moralità

Un incidente, ed ecco che la struttura dell’etica umana è demolita, tutto è consentito. Persino la moralità ferrea del vecchio Generale si piega alla convenienza. Solo il Pazzo del villaggio sembra rimanere timoroso dei suoi morti, con cui continua a parlare. Ma poi gli opportunismi del mondo lo zittiscono, e lui allora ruberà la campana che gli è sempre piaciuta, perché nessuno più lo controlla, e rimarrà, come voleva, l’ultima anima del paese. Una macchia di sangue rimane sul muro, dietro la credenza, ma nessuno la vedrà.
Dicono ricordi un documentario di Bunuel. Una tragedia rurale, etica, non banale, tanto che il solito triangolo rimane fuori fuoco, sullo sfondo, non è quello che interessa.
Nella castiglia profonda si aggira un insospettabile assassino stupratore. Non sarà lui il nostro protagonista. La sua Colpa serve solo ad agitare le acque dell’umana bolgia che si rapprende in uno sperduto paesino di campagna. E mentre il Sindaco cerca di salvare la città facendone un resort turistico, uno Speleologo alla ricerca di vendetta ne trasforma le caverne nel ricettacolo delle colpe più nere. Il Colpevole, intanto, torna a casa sul suo divano. La sua è la banalità del male. Non è punito, e non conosce gli abissi scavati per colpa della sua colpa.
Sei episodi, in ognuno l’occhio, il cuore e le paure di un personaggio. Ognuno ha una sua colpa, e ognuno la paga con la solitudine. Anche lei, l’Innamorata. Che però è stata la prima vittima. E perciò il suo episodio è l’unico che finisce con una mano sfiorata, e un po’ di tenerezza.
È la Spagna rurale dell’Europa di oggi. Sanchez Cabezudo era un giornalista, ha scelto di non pacificare la realtà con una sceneggiatura confortante. Non inventa, descrive un villaggio che potrebbe essere il resto del mondo. Film girato in otto settimane e mezzo. Un buon numero per il cinema. E intanto la traccia sonora, una dolente nenia catalana, ricorda, inesorabile, che è “El compromiso el perigulo major”
TORNA SU

Sanxia Haoren (Still life) di Jia Zhang-ke
“La sorpresa si è dimostrata tale. E ha vinto il Festival”. Fateci caso: dopo la proclamazione del Leone d’oro, tutti i servizi in tv cominciavano così

Quasi nessun giornalista aveva visto il film. Per fortuna che sui volantini di Ciack c’era un riassunto di poche righe che spiegava la trama. Ogni anno Marco Muller fa uno scherzetto agli appassionati della Mostra, e infila tra i film in concorso una sorpresa, che rimane tale fino ad un secondo prima della proiezione per la stampa. Quest’anno la sorpresa si chiamava Sanxia Haoren (Still life). Pellicola di denuncia dei costi umani e sociali di una Cina perennemente in corsa per la crescita industriale, ambientata durante la costruzione della diga delle 3 gole, una delle più grandi al mondo.
Racconto dell’antico e sommerso villaggio di Fengjie, e di due amori interrotti e mai ripresi, eppure sempre cercati. Sullo sfondo, la società rurale cinese, che cerca di adattarsi alla grande volontà di potenza e di industria della sua Patria. Cambiando indirizzo, lasciando annegare le proprie case, mutando abitudini, consolandosi con le suonerie polifoniche dei cellulari, i cinesi individuali prestano le proprie vite affinché il grande sogno di modernità della Cina tutta sia realizzato.
Un film di denuncia, sempre ben accetto in una Mostra che può contribuire a liberare i cineasti boicottati in patria. Un regista coraggioso, il primo in concorso con due lavori, questo film, e la sua costola, in concorso per la sezione Orizzonti, il documentario Dong (“Il suono di due palle che cascano”, recitava un impietoso pizzino sul solito muro di Ippoliti).
Sicuramente il pubblico guardava alla Sicilamerica di Crialese o alla Gran Bretagna di Sua Maestà Helen Miller per il Leone. E sicuramente solo qualcuno dei giornalisti, che non hanno poi smesso di definirlo “poetico” (parola vaga e perfetta per non dover dare spiegazioni), si era azzardato a darlo per vincitore.
Still life vuol dire natura morta. Forse dovremmo rivederlo ancora, fissando lo schermo con la pazienza con cui fisseremmo un quadro. Noi l’abbiamo visto, dopo la proclamazione, per capire. In sala c’erano solo i pass verdi. Tutti gli altri, attori e giornalisti, erano impegnati nei festini di chiusura del Festival. Brindando tra gondole e yacht.
TORNA SU

L’etoile du soldat di Chrisophe de Ponfilly
Una storia vera. Quella del soldato russo rapito e poi adottato dai combattenti afgani durante l’invasione sovietica degli anni ’80

Il vero soldato si chiamava Nikolay, e compare negli ultimi fotogrammi della pellicola. Il regista, Chrisophe de Ponfilly, è morto suicida poco dopo aver finito il film. Un’esistenza passata a far conoscere la vita dei guerriglieri afgani, e del ribelle-poeta Massoud. Anche il vero Nikolay è morto. Ucciso dai compagni di quegli stessi combattenti che lo avevano adottato. Ucciso in Pakistan, appena varcato il confine con la libertà. Ma, questo, il film non lo dice. Lo racconta un sottotitolo, sfuggente, alla fine, tra i titoli di coda. Questa storia racconta uno strazio che non è ancora finito. E che continua in tutte le guerre, con tutti i soldati.
Nikolay, prima di essere un soldato russo, era un adolescente russo che cantava in una band di liceali. Cantavano i loro Beatles, e i loro Rolling Stones, e nessuno di loro voleva andare a finire in quello che fu chiamato il Vietnam russo. Non sarebbe stato come credevano le loro famiglie. Le madri russe, come le madri afgane, non sanno cosa succede ai loro figli al fronte. L’esercito non è scuola di vita, non li renderà uomini. Ma sarà la guerra a renderli adulti.
Nikolay fece un viaggio, quando era in guerra. Un viaggio dalla paura alla prossimità. Un viaggio che dovremmo fare tutti. Soldato gentile salvato dalla sua gentilezza Nikolay, per intercessione della bimba afgana che lo vide difendere la sua mamma dalla violenza dei suoi stessi soldati. Erano suoi amici, quei soldati, ma erano anche resi violenti da quella guerra che nessuno voleva fare. Per loro sotto quel velo azzurro c’era solo una voglia da soddisfare, per dimenticare di essere in battaglia. Ma Nikolay è diverso. Salvato dalla sua musica, dalla sua gentilezza, dalla sua stella di soldato. Ognuno ne ha una. Qualcuna cade. La sua, almeno, ha disegnato un percorso.
Una bella storia quella di questo film. Anche per il modo in cui è stata girata. Una produzione franco/tedesco/afgana. I tecnici e gli operatori cinematografici dell’Afghanistan volevano imparare, dicono i produttori europei. Imparare per non limitarsi a sopravvivere. Perché un paese che fa cinema è un paese con la speranza della pace, un paese che è stanco della la guerra. A Roma città aperta la guerra era appena finita e Rossellini stava già filmando.
Ma perché filmare la guerra, chiede il pubblico in sala? Le immagini rimangono immagini, e la guerra diventa uno show. Perché questo film racconta ancora la nostra storia di oggi, risponde Gino Strada, attentissimo spettatore, dopo la proiezione. Tra riprese d’epoca e ricostruzioni fiction, la realtà si mescola al documentario per mostrare gli uomini dietro le bandiere, e per ricordare che fu la Cia ad armare i talebani contro l’allora minaccia sovietica. Christophe ha filmato l’Afghanistan degli anni ’80. Strada dice che questo film si può girare ancora oggi, con divise diverse, con le stesse storie. Ma forse così nessun Festival avrebbe il permesso di proiettarlo. Non a tutti è concesso di cantare una storia macchiata di guerra, se la guerra è oggi.
Dicono che un cameriere peruviano, che lavora in un ristorante giapponese in Francia, parli dell’Afghanistan come se ci fosse davvero stato, grazie ai film di Christophe. Forse è questo il senso della Stella del soldato. Il senso della stella di ogni film.
TORNA SU

L’intouchable di Benoit Jacquot
Unguardable, ha scritto qualcuno sul muro di Ippoliti. Un film francese girato per metà in India. Ma pur sempre un film francese

Un’attrice di teatro scopre, il giorno del suo compleanno, di essere la figlia di un intoccabile indiano. E lei, nel bel mezzo di una vita sentimentale e lavorativa piena delle solite crisi quotidiane, decide di partire per incontrarlo. I misteri di una casta e di un paese tanto sfaccettato potevano essere lo spunto per un buon film. Ma quei misteri rimangono insondati.
La giuria ha premiato l’interpretazione della protagonista, una giovane attrice francese che interpreta la parte di una giovane attrice francese. Ma il suo viaggio in India per conoscere il genitore si interrompe prima di essere compiuto. E i titoli di coda arrivano appena prima che il senso di questo film, molto sottile e molto francese, sia chiaro.
TORNA SU

Summer Love di Piotr Uklanski
Spaghetti western in salsa polacca per una parodia cinica della mitica frontiera americana. Alla faccia di Eastwod e Leone

Dicono che la moglie di Sergio Leone, sul set di Per un pugno di dollari, cucinasse per Clint Eastwood, che non sopporta l’aglio, una versione light dei più famosi spaghetti all’italiana: olio, limone e peperoncino. Ricetta western leggermente cambiata. Ma che omaggia le tradizioni, tradendole.
La stessa ricetta di questo western polacco. Irriverente, cruento, sgradevole alla vista. Qualcuno, tra il pubblico, lascia la sala prima di capire. Chi rimane intuisce che quelle scene truculente, fatte di sangue, vomito e whisky, di sceriffi ubriachi e prostitute per niente avvenenti, sono la perfetta parodia cinica di un genere che aveva già avuto la sua parafrasi perfetta, apice e morte, nei campi lunghi di Sergio Leone.
Summer Love è un titolo ingannevole. Un titolo delicato, che scorre sopra un rap di fine ottocento, che racconta storie di personaggi azzoppati e feriti dalla legge dell’ovest, mito di ogni paese, anche della lontana Polonia. Un film allegorico, dice il regista, che ha girato nel sud del suo paese con attori tutti polacchi, che recitano in inglese perfetto ed esasperato.
La cittadina polverosa, quattro strade in croce tra il saloon e la prigione, viene sconvolta dalle sparatorie di cacciatori di taglie, sceriffi ubrachi, bionde e giunoniche cantanti da saloon. E il giustiziere del paese continua, inesorabile e ridicolo, a costruire la forca perfetta per il Colpevole, che prima o poi verrà catturato. Una solerzia lodevole. Da buon timorato di Dio. Non immaginando chi sarà l’unico a rimanerci impiccato, a quella forca.
Il tutto, nota registica truculenta e poetica, osservato da una camera conficcata nelle orbite di Val Kilmer, ostaggio dalla testa troncata, che segue i prossimi morti con lo sguardo dei sui occhi spalancati.
TORNA SU

Mientras tanto di Diego Leman
Un ragazzo dell’Argentina del 1976, l’Argentina dei futuri desaparecidos, racconta la Buenos Aires di oggi attraverso storie intrecciate e parallele.

Tutte le storie accadono contemporaneamente, intrecciandosi, “nel frattempo”. Mientras tanto. Come accade nella vita vera.
Sfrontati ragazzetti si fanno tatuare un ornitorinco, simbolo esotico e sconosciuto di coraggio. Ragazze ombrose sfasciano tutto dopo un licenziamento ingiusto, e capitalista. Il capitalismo dei posacenere torniti a mano. Chi vuole un figlio a tutti i costi, pur usando antiche e moralmente avveniristiche tecniche di inseminazione. Chi minaccia un povero ristoratore che fa la corte alla ex moglie ormai lontana dal cuore. E ci sono pure un cieco, tutt’altro che galantuomo, e un cane dispettoso che fa una brutta fine.
Per tutti, anche per un’assassina, alla fine c’è il riscatto di una strada nuova, tutta da incominciare. Ma nel frattempo, Mientras tanto, si vive.
TORNA SU

L’udienza è aperta di Vincenzo Marra
Un documentario girato a Napoli diventa qualcosa a metà tra la commedia dell’arte e un film di fantascienza. E non è colpa del regista

Questo film si è fatto da solo. Il regista, Vincenzo Marra, si è limitato a seguire con la telecamera, nella loro “giornata tipo”, tre personaggi: il più famoso avvocato penalista di Napoli, un giudice della corte d’assise d’appello, e la sua giudice-assistente donna. Ne è uscito fuori l’impensabile. Un film di fantascienza, o forse del terrore. Purtroppo, la realtà.
Quando cominci a convincerti che il vero problema della giustizia italiana sia la penuria di carta, la mancanza di chiavi di riserva, la necessità di un block notes per evitare di annotare i numeri di telefono sui muri scrostati del tribunale cadente, ti accorgi che esistono i giudici, e non sono tutti di sinistra.
Il Giudice-barone parla, e non si accorge che quello che per lui è normale raziocinio, noi lo chiamiamo razzismo e pre-giudizio, male incurabile che in tribunale non dovresti trovare, per legge. Ma dalla sua bocca escono parole impronunciabili, tipo che la legge non è uguale per tutti, perché i neri non sono come noi, e le donne farebbero meglio a tornare alla calza, perché una donna che non sia appendice di una grande e bella famiglia che pranza ogni giorno all’una non si sa proprio che valore abbia.
In sala si ride a crepapelle. Lui, il Giudice-barone, non sa di aver suscitato scrosci di risate amare. Perchè parla in buona fede, e lo fa con la sua bionda giudice-assistente seduta accanto a lui, che ogni giorno si spacca in quattro per far quadrare la giustizia amministrata dall’alto dal suo barone, e gli orari della sua famigliola non perfetta.
Ma il carrozzone va avanti, e i giurati popolari rimangono sotto giuramento due anni invece che tre mesi, diventano compagni di merende del giudice, che alla sospirata sentenza festeggia mangiando con loro pane e salame.
Pane e salame tagliati a fette dalla bionda giudice-assistente tuttofare. Che prima o poi riuscirà a convincerlo, il suo Giudice-barone, che e’ ffemmene servono a qualcosa, anche se non fanno calze e figli. E che la giustizia è uguale per tutti, pure a Napoli. E che intanto rimane ad annotare gli ultimi appunti cercando, invano, un pezzetto di carta in tutto il Tribunale di Napoli.
TORNA SU

Azul oscuro casi negro di Daniel Sanchez Arevalo
Commedia sarcastica, e pure romantica, contro l’ipocrisia delle vite socialmente accettate. Perché ci sono molti modi di amare. E sono tutti giusti

In inglese diventerà Dark blue almost black. Suona già più glamourous. In Italia speriamo che non diventi Azzurro scuro quasi nero. Perde molto, in appeal. In tutte le lingue comunque, servirà a descrivere quella zona d’ombra, e d’aria pulita, che ci si deve scavare per vivere in mezzo alle regole sciocche e alle convenzioni sociali che ci asfissiano in ogni posto del mondo.
Il regista, esordiente ma già esperto di intrecci esilaranti e personaggi azzeccati sceneggiati in qualche serie tv, ha vinto il premio alla Mostra del Cinema di Venezia dedicato alle Giornate degli autori. E gli hanno dato pure una coppa, consegnata dalla “Società degli agnostici”. Per il merito di aver mostrato la gioia di modi alternativi, e tutti buoni, di “fare l’amore” e costruire una famiglia.
È la Spagna dei nostri giorni, quella del film. La Spagna di Zapatero e Almodovar. Ma anche nelle pieghe di una società tra le meno conformiste, a volte ci si trova a dover scegliere, e poi a volere, una vita che non sia colpita dalla riprovazione degli altri. Perché, come diceva Pasolini in una pellicola proiettata nella stessa sala a Venezia, una società repressiva reprime tutto, quindi lì gli uomini possono fare tutto. Mentre quelle permissive permettono qualcosa. E si può fare solo quel qualcosa.
Quindi Jorge, laureato in economia, dovrebbe continuare ad accudire il padre colpito da ictus, fare per tutta la vita il portiere, non di calcio, e accontentarsi dell’amore egoista e viziato della bella fidanzatina della porta accanto. Ma la vita ha in serbo dolore e amore fuori dagli stereotipi per lui, e per le persone che gli vivono intorno.
Non si può imporre l’amore o il non amore. Forse si può imporre il dovere, per un po’. Ma poi si vuole scegliere quello che si può, non quello che si deve, anche se agli occhi degli altri sembra quasi la stessa cosa, perché si fa sempre il portiere, e non di calcio.
Azzurro scuro quasi nero, come il completo elegante che ti sfida dalla vetrina, a prezzi sempre più bassi perché nessuno lo vuole comprare, e tu che lo vuoi non puoi. Lo vuoi per sentirti fuori come sei dentro, degno del mondo che a volte perde il tuo rispetto. E allora infrangi la vetrina per non infrangere il tuo sogno delle pari opportunità.
Perché si è buoni come il pane fino a che non si decide di essere buoni con se stessi. E allora gli altri gridano allo scandalo, perché per loro tu eri quel bravo portiere, non di calcio, che accudisce il padre e aspetta in eterno la fidanzatina capricciosa. Li rassicurava, che tu fossi così. E invece l’amore più libero nasce in un carcere da un sesso costretto e poi sempre più voluto. Perché non si sa mai da dove un uomo cominci a diventare libero.
TORNA SU

Il diavolo veste Prada di David Frankel
Storia di Cenerentola vista con gli occhi della matrigna cattiva. Solo che al posto della Fatina, qui ci sono vestiti di lusso e stivali Chanel

Poteva essere uno sciocco filmetto pubblicitario, ma, grazie a Dio, il Diavolo del titolo si chiama Maryl Streep. L’attrice interpreta Miranda, terrifica direttrice di una rivista di moda che detta legge da New York a Tokio. Ogni sua parola è un ordine, ogni suo pensiero deve essere precorso, ogni desiderio va esaudito ancora prima di essere pronunciato. Pena, la riprovazione di tutto il mondo della moda, e il licenziamento in tronco dalla redazione di cui Miranda è direttrice-imperatrice.
La Streep è perfetta nei panni di questo mastino glamour, avvolta nella sua corazza d’abiti d’alta moda, pronta alla battaglia sotto il baschetto platinato e asimmetrico di una chioma appositamente scelta per ricordare Crudelia. Meravigliosa nel mantenere lo stesso afono tono di voce, anche nelle scene in cui è furibonda. Miranda non urla mai, ma chi le è vicino sa riconoscere i suoi tremendi sottovoce.
Ma Miranda non è cattiva, tiene a spiegarci Maryl Streep, mentre ci parla con una voce dolcissima, avvolta in un rassicurante abito di morbida seta marrone. “She’s demanding”. Pretende da quelli che la circondano tutto ciò che lei dà: tutta se stessa. E tanto per alzare il tono delle solite domande su trucco, capelli e vestiti, Maryl fa notare che questa parodia del potere non sarebbe stata efficace se il protagonista fosse stato un uomo. Perché un uomo autoritario è apprezzato, mentre una donna è semplicemente stronza. Un po’ come funziona per i play boy e le signorine di facili costumi.
Maryl attrice parla per vita vissuta, per registe e registi, attori e attrici che ha visto e conosciuto. E trasforma la storia di una regina egoista nella parabola di un potere che rende soli, specie se si è donne. Nella storia di una manager in carriera che per essere sempre all’altezza di se stessa deve perdere necessariamente mariti, viziare figli, essere temuta anziché amata dai suoi sudditi, come ordinava Machiavelli al suo Principe.
Ma qui a insediarle il trono, a infonderle il tarlo del dubbio, è una piccola Cenerentola che non la teme e finisce per essere l’unica ad averne pietà. Andy, apprendista giornalista distante dalla moda anni luce, che si presenta al primo giorno del lavoro che tutte vorrebbero vestita con calzettoni al ginocchio e la gonna della nonna, provando a dimostrare che l’apparire non conta. Anche se poi pure lei sarà avvolta da strati e strati di vestiti costosi, e si scorderà di tornare a casa a mezzanotte, dal suo principe innamorato, cuoco squattrinato, che attende fedele la fine della favola glamour dell’ingenua fidanzata.
La Cenerentola Andy è interpretata da Anne Hathaway, ragazza dalla buona forchetta e per nulla preoccupata dalla linea, in un film in cui invece la taglia è l’ossessione dominante. Anne, che ordina spaghetti in italiano e osa dire che nella vita di tutti i giorni va in giro persino in tuta. O almeno, è brava a farcelo credere.
David Frankel, figlio dell’ex direttore del New York Times e regista di Sex and the city (pochi si ricordano il suo nome, ma ricordano quello dell’aiuto regista sul set: Michael Pitt, il biondino dei The Dreamers di Bertolucci), trasforma una semplice commediola in un duello tra due mondi e due personalità. Che, grazie a una strepitosa Streep, si trasforma in una Eva contro Eva formato Hollywood.
Quella di Andy è la storia di un sogno che riemerge in tutta la sua dignità, liberandosi di strati e strati di vestiti costosi. Ma la piccola Cenerentola capirà che se l’apparenza non conta, è comunque necessaria una buona confezione, oltre che la buona volontà, per farsi apprezzare per ciò che si ha dentro. Osservandola, persino Miranda si piegherà ad un sorriso. Un’impercettibile piega sulla bocca corrucciata, donata da Maryl Steep, che vuol dire che persino la direttrice terribile, alla fine, si è un po’ dischiusa alla commozione di un buon sentimento.
TORNA SU

La rieducazione di Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Denis Malagnino, Daniele Guerrino
Giovani registi alla ribalta ancora prima che uscisse il film: la loro opera prima, selezionata per Venezia, è costata solo 500 euro

Alla fine hanno ammesso che, dopo la selezione per Venezia, le istituzioni e gli amici di Guidonia hanno aggiunto un po’ di euro a quei 500 inizialmente racimolati per cominciare il film. Servivano per la post produzione. Ma l’avventura a lieto fine di questi ragazzi rimane pur sempre una storia da piccolo sogno americano, e una buona notizia per il cinema italiano.
Una regia a più mani, la loro. Come nella musica, o in qualche romanzo. Si sono dati pure un nome collettivo, “Amanda Flor”, che, dicono, richiama il nome di un transgender.
La rieducazione è quella di un “brillantemente laureato” che si trova, costretto dal papà, ad affrontare la vita di un cantiere edile, i morsi della fame, e quelli dei compagni. Deve crescere, affrontare le durezze della vita, dice il genitore. Che fa trovare al figlio nel frigorifero al posto della cena un paio di scarponi da lavoro. Messaggio: chi non lavora non mangia. Non manca la battuta sarcastica su una laurea che doveva aprire tutte le porte, e che invece per ora tiene aperta solo quella pericolante della baracca del capocantiere. Ma dopo le peripezie da manovale e la progettazione di un piano alla Soliti ignoti, il protagonista si accorge che la sua laurea lo salverà.
Bianco e nero digitale. Improvvisazione. Ritrovarsi a girare tra amici, invece che mangiare la solita pizza del sabato sera, tanto per sfuggire alla noia delle serate di periferia. Il cantiere dove hanno girato è di un amico, a gentile disposizione delle loro velleità registiche. Tutti giovani, una media di 29 anni. Filmini come delle vacanze, rimasti in un cassetto, finchè un passaparola non li ha convinti ad aprirlo, quel cassetto. È così che è nato questo film.
Registi per passione, dilettanti nel vero senso della parola, non accademici. Qualcuno di loro ci ha provato a considerare cinema anche quello studiato all’università. Ma lì si perdeva un intero semestre a discutere sulla pronuncia dei nomi dei registi, e allora hanno pensato che era meglio darsi da fare ed entrare “in cantiere”, fare cinema invece che parlarne. Girando scene che avrebbero fatto inorridire ogni accademico. Come l’inquadratura che apre il film. Uno stacco in primissimo piano, eresia!, sul volto di un lavoratore napoletano appena licenziato, senza complimenti e senza giusta causa, che grida la sua incazzatura occhi negli occhi con la telecamera.
Eresia dopo eresia, la sceneggiatura in corso d’opera ha seguito morbidamente gli umori dei registi e degli amici attori. Attori non pagati, come gli operai nel cantiere della storia. E poi, un finale che non ti aspetti, col brillante laureato ora senzatetto che sta per darsi alla carriera di ricettatore. Ma un posto al Ministero lo salverà. Al prezzo però di voltare le spalle ai compagni di viaggio.
Un giorno da manovale. Niente di più. Dialetto romano che fa tanto Pasolini di borgata. I registi dicono di aver fatto un piccolo documentario etnografico sulla ggente, quella vera, e su quella venuta, da dentro e fuori d’Italia, a costruire le comodità di casa nostra. Un film girato in momenti ludici, diventato in corso d’opera una cosa sempre più seria. Un film sulle ingiustizie nascoste della nostra Italia. Loro, i ragazzi registi, provano a narrare i buchi neri di un Paese attraverso le tragicomiche vicissitudini di singoli piccoli antieroi. Una peggio gioventù rassegnata, che si salva solo per la fortuna di un concorso pubblico.
Una ragazza, sconvolta dopo la proiezione (proiezione tra intimi, come accade a quasi tutte le opere di giovani registi qui a Venezia), voleva premiarli di diritto al concorso principale. Ma qualcuno li avverte sul mondo difficile e cinico della distribuzione cinematografica, ed è come se buttasse giù i piccoli voli di un sogno. Ma, per fortuna, loro i piedi per terra ce li hanno da sempre: ognuno ha un lavoro e una vita vera a cui tornare. Uno di loro è un ottimo cameriere, dice. E il ragazzo che interpreta il capocantiere, in conferenza stampa ha mal di testa, e non vuole rispondere alle domande. Ma va bene così. Tutto è concesso alla Settimana della critica. Ancora, in quella cinica industria cinematografica, non ci sono entrati.
Però ci avvertono: questo è solo il primo episodio di una trilogia che è già tutta nella loro testa. Titolo: Il Ciclo dei Finti. Il prossimo film sarà come il Novecento di Bertolucci. Una famiglia che tenta di fuggire dalla globalizzazione, cavalcandola. E noi scommettiamo che per girarla avranno un po’ più che 500 euro.
TORNA SU

Nuovo Mondo (The golden door) di Emanale Crialese
"Mamma mia dammi cento lire, che in America voglio andar..." Da Emanuele Crialese, un altro Respiro di sollievo per il cinema italiano

Portano sassi bianchi come la calce in bocca, senza parlare. Anche quando il sangue si mischia al bianco della polvere. Come pellegrini, si arrampicano in silenzio sui ciottoli di un Sud arso e irreale. Finchè posano quei calcinacci ai piedi di una croce. Per chiedere se partire o no. Se rischiare la morte staccandosi dalle radici per raggiungere la Terra del latte e del miele, oltre l’Oceanomare che non hanno visto mai.
È l’umanità di inizio secolo, il secolo scorso, tanto simile all’inizio del nostro. In cerca, alcuni, di fortuna, molti di una vita decente. Ritratti in bianco seppia e nero fotografico parlano loro di un mondo che non c’è. Foto che scatenano sogni e visioni in techinicolor: uova grandi come galline, olive giganti fatte rotolare dai ragazzini.
Si decidono. Il segno è arrivato. Bisogna lasciare la Sicilia. Altri arriveranno, fra un secolo, a cercare l’America lì dove loro abbandonano tutto. I riti, la partenza con le scarpe buone, il carretto col tesoro di ragazze illibate da maritare, gli emigranti che se ne vanno galleggiando oltre il muretto di mattoni gialli, sul carro tirato dall’asina che l’America non conoscerà mai.
La giuria della Mostra del Cinema di Venezia aveva snobbato questo film, ma poi ha dovuto creare per Emanuele Crialese un premio fatto apposta (Leone speciale rivelazione). A furor di pubblico, pubblico pagante che si è spellato le mani alla proiezione delle otto del mattino, finalmente contento di gustarsi una bella storia italiana. Anzi, un’epopea. Quella dei migranti di 100 anni fa, il racconto delle nostre stesse radici che se ne andavano.
Noi non arrivavamo sui barconi come si fa oggi. Ma comunque prendevamo il largo, e affollavamo, sotto gli occhi sospettosi degli americani, quella piccola Ellis Island, anticamera di New York e porta d’oro per il Nuovomondo. Il mondo nuovo dove scorrono fiumi di latte, e infatti i protagonisti ci nuotano dentro, in mezzo al latte e a visioni surreali che li accompagnano fin dall’inizio del viaggio, da quella Sicilia che li lasciò andar via, sapendo che qualcuno sarebbe tornato.
Una storia divisa in tre parti : la partenza e l’abbandono, la traversata e l’esser sospesi, lo sbarco e la meraviglia.
In viaggio, l’America non si vede, il mondo nuovo è oltre il latte e la nebbia. Bisogna non affogare, cercando di conservare un poco di ciò che si è, per sopravvivere in terra straniera. E si rimane sospesi, galleggiando in un non-mondo di letti affastellati, abitudini sconvolte, nacchere sedute affianco ai sitar, e canti di terra e nostalgia.
Poi, come un Titanic che giunge a destinazione, la pancia enorme della nave libera i passeggeri di prima e seconda classe, e scaraventa quelli di terza nel girone infernale dei riconoscimenti. Perché per diventare un buon americano ed essere riconosciuto come tale bisogna rispondere a modo, saper aprire porte e spostare sedie, comporre un bel puzzle senza fiatare. Per il mondo nuovo ci vogliono nuovi uomini, o almeno che sappiano fingere di esserlo. Devono farlo i siciliani, sanno farlo le ragazze inglesi dai capelli rossi: saranno tutti dei buoni americani. Anche a costo di dichiarare falso amore allo sposo che ti darà una casa e una patria, appena sbarcata. Entreranno tutti, purché belli e intelligenti, tutti, tranne chi non lo vuole ardentemente, tranne che rimpiange l’altra Patria, e allora verrà cacciato indietro, perché l’America vuol essere l’unico amore.
Lucy lo ha capito. Lei, Luce rossa di capelli, mistero buffo e non spiegato. Una parrucca e un camerino singolo anche durante le riprese in Argentina, dove è stata ricreata Ellis Island, un po’ più romantica che i nostri Cpt. Un camerino singolo per smascherare e usare in pellicola la solitudine forzata di quell’attrice dalla pelle bianca e da una lingua sola.
Bisogna scegliere. Non entra in America chi non sa gridarlo ad alta voce; non si accomoda chi non sa spostare la sedia nel modo ordinato; non si integra chi non incastra legnetti conformisti, chi non ha l’intelligenza piatta e poco pericolosa. Non entra chi non vuole disperatamente entrare, non entra chi vuole tornare a casa, non entra chi non ha nessuno ad aspettarlo nel Nuovo Mondo. Non entra chi non è perfetto, perfetto come non lo è nemmeno chi già dentro. Perché l’immigrazione è un destino da scontare. Hai già rinnegato la tua Patria per semplice fame, ora devi dimostrare di volere fortemente un’altra Terra per le tue radici. Chi ti accoglie deve essere sicuro di non essere tradito.
E se le famiglie si scompongono, altre nuove se ne formeranno, con quei matrimoni di non amore celebrati nell’isola di mezzo, l’isola che non c’è. Ma di matrimoni senza amore ne è pieno anche il mondo vecchio. Dì di si ed entrerai in quello nuovo, automaticamente, perché hai attraversato il mare di nebbia e latte e hai nuotato nel compromesso americano.
La giuria del Festival di Venezia invece ha fatto una scorpacciata d compromesso all’italiana. Alle cerimonia di premiazione, Crialese ha lanciato loro una frecciata, con ancora in mano il suo “Leone per sbaglio”: “Sono commosso, ha detto, è la prima volta che ricevo un premio nel mio Paese”. Il suo film precedente, Respiro, noi l’avevamo snobbato, e Cannes invece l’ha ricoperto di palme. Per rimediare, ora ci siamo inventati un Leone apposta, in extremis. Il cinema italiano ci fa una bella figura. I critici italiani, un po’ meno
TORNA SU

Ostrov – The Island di Pavel Lounguine
A sedici anni da Taxi blues, il regista russo torna a dirigere il suo attore preferito, ex cantante rock, ora divenuto una specie di eremita

È il bisogno di isolamento, il senso del peccato e la volontà di espiazione che avvolge i protagonisti a intessere la trama del film. Sensazioni e sentimenti che, secondo il regista, si allargano fino a coinvolgere tutta la Russia. Terra di enormi contraddizioni, dice Lounguine, ma proprio per questo terra dove ogni contraddizione può essere sanata.
La storia diventa quindi una scusa per occuparsi del destino universale dell’animo umano. Perché l’epoca dei cambiamenti è finita. E la società ha bisogni di pensare all’eternità, al peccato e alla coscienza.
TORNA SU

The magic Flute di Kennet Branagh
A 250 anni dalla morte, Mozart va in trincea. E finisce al cinema, in piena Grande Guerra

Dopo Shakespeare, il regista irlandese dei mille adattamenti elisabettiani si è deciso ad affrontare il genio di Mozart. Ma per giocare un po’ più ad armi pari ha trasferito la favola di Tamino e Pamina, Papageno e Papagena ai tempi della prima guerra mondiale.
Da vero iniziato, anche Kennet Branagh ha brancolato nel buio alla ricerca del Flauto Magico. Poi, ha scelto la strada dell’originalità completa. E la trama settecentesca si è calata nelle atmosfere di in un war movie. Nemici blu contro nemici rossi, cantanti d’opera in divisa in trincea, per una produzione che stava girando esattamente nel momento in cui è scoppiata la guerra in Libano.
Branagh aveva tutte le paure del caso. Paura di essere accademico. Paura di venire additato come profano nel mondo dell’opera. Ma la paura di essere impreciso, quella no. Perché nel pozzo di quel mistero inspiegato che è il Flauto Magico, ha detto, ognuno può pescare, e provare a spiegare da sé.
E se gli chiedi cosa rimane della bellezza del palco e del bel canto, cosa resta del rischio delle stecche, se chiedi che gusto c’è a portare il teatro nel mondo sicuro della celluloide dai ripetuti ciack, il regista visionario ti risponde: un nuovo rischio. Il primo piano delle inquadrature, per esempio, dove anche una grinza sulla bocca è notata dal pubblico, e storce o addolcisce il tono di una nota.
E il doppio pericolo del playback. Perché anche in registrazione il cantante d’opera è costretto a ricordarsi che sta facendo l’attore, e, nelle sue note ardite, deve infilarci pure le sfumature di un’interpretazione cinematografica. Immaginando, mentre canta, di volare o di stare nascosto in trincea.
TORNA SU

Quijote di Mimmo Paladino
A 400 anni dalla pubblicazione del romanzo di Cervantes, Don Chisciotte torna in un film che è una piccola istallazione visionaria

Ci sono tutti: Dulcinea, Sancho Panza e Don Chisciotte. Il regista teatrale Mimmo Paladino, uno dei massimi esponenti della Transavanguardia, gli abitanti della Mancha li aveva già immaginati per il suo palco, e messi in scena in un’istallazione al museo di Capodimonte a Napoli. Il suo Quijote è nato così, come una scultura.
Poi, ha pensato di portare sua figlia Ginestra, il cantore Lucio Dalla e il cantante Peppe Servillo fuori da quel palco, dentro la pellicola. La Mancha del mito è diventa il Sannio, la sua terra natale, gialla di rocce arse e con pale elettriche al posto dei giganti e dei mulini a vento. Come risultato ha ottenuto un quadro. Poesia rappresa in luce e ombra. Una suggestione continua, piena di citazioni e riflessioni letterarie, gridate da quel Matto impersonato da Alessandro Bergonzoni. E poi Remo Girone, ed Edoardo Sanguineti.
Ci sono tutti, e c’è tutto in questo Quijote, che è un percorso di arte, cinema e letteratura, che si mischiano come nella vita vera. Perché quella di Don Chisciotte è la storia di tutte le storie, e il Cavaliere dalla trista figura, divenuto folle per eccesso di ragione, riunisce in sé utopia, sogno, fantasia, sentimento, nobiltà, fierezza e coraggio. Il soggetto perfetto per ogni storia, per ogni vita, per ogni film.
TORNA SU

The Queen di Stephen Frears
Helen Miller ha vinto la sua personalissima sfida. Quella di interpretare un mito ancora in vita. E Venezia l’ha incoronata Regina

Dicono che nella baraonda del backstage, durante la cerimonia di premiazione della 63° Mostra del Cinema di Venezia, l’unica cosa sicura della scaletta fosse quella di presentare sul palco Helen Miller come “Her Majesty”, Sua Maestà. La Coppa Volpi per lei, come miglior attrice, è stato l’unico premio previsto e confermato della Mostra.
Anche il film, The Queen, era tra i favoriti di pubblico e critica, ma forse ha dovuto pagare pegno, oltre che alla febbre gialla che dilaga al Lido, anche al fatto di sembrare un documentario in corso d’opera su un mistero ancora irrisolto dell’epoca contemporanea: la morte della principessa Diana e la sua “resurrezione pop” a mito mediatico del mondo intero.
Quando il film inizia, tutto, in Inghilterra, e ovunque altrove, è già accaduto. La principessa del popolo ha già catturato i cuori di tutti, è già diventata regina. Ma la Regina, quella vera, è ancora impassibile, come il suo ritratto. Elisabetta II per tutta la durata del film non concepisce nemmeno l’idea di sacrificare l’etichetta e la moralità di corte per riconoscere che nel suo regno è avvenuto qualcosa di più grande della sua missione, e della sua dinastia.
La decisione, inevitabile, di accettare di piangere davanti al mondo intero quella stessa borghese che aveva scelto di non rimanere principessa pur di combattere l’ipocrisia di Buckingham Palace, Elisabetta-Helen Miller la prende in cucina, tra cuochi e cipolle. Come a dire che accetta di calarsi nel suo popolo, e di piangere coi suoi sudditi la morte della loro Regina di cuori.
Ma l’unica lacrima versata da Elisabetta in tutto il film non si vede. È una lacrima di spalle, che non ha cittadinanza nella procedura di corte. Solo lo sguardo si ammorbidisce un po’, ma subito torna fiero, di quella fierezza mista a rassegnazione, lo sguardo di una Regina. Ma per quella lacrima Elisabetta verrà premiata, per quella lacrima e per quella passeggiata imprevista fuori della sua carrozza, a piedi, tra il popolo in lutto ai cancelli del palazzo. Grazie a quella lacrima, e a quella passeggiata, una bimba le porterà dei fiori, solo un mazzetto, ma sono per lei, mentre una serra senza radici a cielo aperto serve da tappeto al passaggio della bara di Diana.
Quella lacrima salverà Elisabetta, e la casa Reale, dal disprezzo dei suoi sudditi. La Regina si rialza e Blair, quel simpatico giovanotto Primo Ministro in auge ai tempi dei fatti, dimissionario ai tempi della prima del film, non le sopravviverà.
Perché i valori cambiano. Gli inquilini di Downing street pure. Ma la Regina regna su tutti.
TORNA SU