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C’era una volta la fabbrica di cioccolato e c'è ancora
In Italia è uscito in anteprima in occasione di Eurochocolate, è stato girato con la consulenza della Nestlè. La Fabbrica di cioccolato di Mister Willy Wonka ha riaperto i cancelli. E ad accoglierci all’ingresso stavolta c’è quel bel faccino di Johnny Depp.
di Alessia Mari |

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Inserito a Febbraio 2006
È uno di quei film da plaid, divano e barattolo di pop corn. Anzi, di nutella. Uno di quei film da famiglia perfetta riunita attorno al focolare televisivo. Uno di quelli che ti ritrovi all’improvviso nello zapping televisivo delle mattine di Natale e ti blocchi, cercando di ricordare quando lo avevi visto per la prima volta. Probabilmente secoli fa. La Fabbrica di cioccolato è tornata. In realtà, si tratta di un triplice de ja vu. In principio ci fu “La fabbrica di cioccolato” sulle pagine di carta, il racconto per bambini dello scrittore gallese di origine norvegese Roald Dahl. Un narratore ancora oggi amatissimo in Inghilterra. Joanne Kathleen Rowling, la mamma di Harry Potter, ad esempio lo adora. Poi arrivò “La fabbrica di cioccolato” su pellicola, film di Mel Stuart del 1971 con Gene Wilder nei panni del signor Wonka. E alla fine anche il visionario regista Tim Burton, quello di “Mars attacks” ed “Edward mani di forbice”, ha voluto la sua “Fabbrica di cioccolato”.
La storia
La trama è sempre quella. C’è un bambino povero, Charlie (nelle favole c’è sempre un bambino povero). Un orfano che vive con la mamma e i quattro nonni malati in una casa gelida e cadente. Non hanno i soldi per sfamarsi, ma Charlie riesce a comprarsi una tavoletta di cioccolata della misteriosa fabbrica del signor Willy Wonka. Non è una tavoletta qualsiasi. Tutti i suoi amici ne comprano a quintali, perché in cinque di quelle barrette l’eccentrico cioccolataio ha nascosto un biglietto dorato, che assicura una fornitura a vita di cioccolato, più un invito a visitare la fabbrica. Charlie scarta la sua unica tavoletta, e contro ogni legge della statistica trova il biglietto dorato.
Accompagnato dal nonno, comincia la sua stralunante avventura nella fabbrica, tra fiumi di cacao e folletti cioccolatai chiamati Umpa Lumpa, insieme ad altri quattro bambini Golosi, avidi ed aggressivi, che per ottenere il premio avevano costretto i genitori a scartare centinaia e centinaia di tavolette. Quintali di cioccolato. Il peso di un’ingordigia che li distruggerà. Wonka non ama i bambini capricciosi, inghiottiti ad uno ad uno dai tranelli della fabbrica, sotto gli occhi indifferenti e cinici del cioccolataio.
La fabbrica di Tim Burton
Fin qui il film del 1971. Allora Willie Wonka aveva gli occhi spiritati di Gene Wilder. Oggi il cioccolataio misterioso ha il viso di Johnny Depp: eccentrico ed androgino, dal volto di latte come una maschera veneziana. Il piccolo Charlie, invece, è Freddie Highmore, il bambino che già aveva recitato accanto a Johnny Depp in “Finding Neverland”, la vera storia di James Barry, l'autore di “Peter Pan”. In quel film Depp era lo scrittore che non voleva crescere, e Freddie il piccolo Peter, bambino orfano di padre che si rifiutava di credere all’isola che non c’è.
Ma nel film di Burton c’è molto altro di diverso. Per la prima volta viene raccontata l’infanzia di Wonka, in un flash back che assomiglia ad una favola nella favola. Burton intuisce che c’è un mistero nella storia del cioccolataio che aveva preferito rinchiudersi per anni nella sua fabbrica a creare cioccolata in solitudine. E col suo film vuole svelarci il suo segreto.
Willy Wonka ha un papà, che nel film ha il volto di Cristopher Lee. Un dentista. Figuriamoci. Il nemico giurato di ogni cioccolatino. Un padre severo che obbligava il figlio piccolo a portare un apparecchio ai denti per impedirgli di masticare dolciumi. Il dentista, poi, da sempre è il peggior incubo dei bambini. E anche degli adulti, che sulla sua poltrona spesso abbandonano ogni falso orgoglio e dignità, tornando ad essere piccoli piagnucoloni.
Ed ecco qua spiegato il mistero di Willy, il cui cinismo è solo una vendetta tardiva, una follia che si è alimentata con la solitudine. Solo Mary Poppins sapeva essere tanto crudele con i bambini, strapparli al mondo fantastico che aveva appena mostrato loro, salvo poi guarirli con golosi sciroppi alla fragola e alla menta che dispensava da un’unica bottiglia. Ma qui nessuno dei ragazzi che visitano la fabbrica è un bambino buono, in questo film non esiste l’infanzia dolce e gentile, i bambini sanno essere crudeli. Ognuno ha il suo difetto, l’ingordigia, l’egoismo, la boria. Charlie sembra buono, ma forse solo perché è povero.
Mai dire remake
Tim Burton ha girato un film diverso. Il film degli anni settanta mostrava la fabbrica con gli occhi di un bambino povero, e sembrava un paese delle meraviglie. Ora la fabbrica la vediamo con gli occhi di Willy, e scorgiamo solo una prigione, dove deve sentirsi molto solo. Il film del 1971 era figlio di quegli anni, e parlava di un bambino che riusciva a riscattarsi dalla povertà grazie al suo cuore ed alla sua onestà. Il povero buono che diventa ricco contro i bambini ricchi, viziati e capricciosi. Come il “Piccolo Lord”, una sorta di sogno americano in miniatura. Il film di Burton invece è la storia di un amore ritrovato tra padre e figlio, tra Wonka senior e Willy, bambino cresciuto.
La fabbrica a Hollywood
I maligni hanno mormorato che persino il visionario Burton ha finito le visioni, e si è dovuto rivolgere agli archivi di Hollywood, ripiegando su un remake. Ma questo non è un remake qualsiasi. Ognuno di noi vorrebbe metter piede nella fabbrica di cioccolata. Tim ha solo fatto le cose un po’ più in grande. Il film, attesissimo, elaborato, dispendioso, è costato quasi 130 milioni di dollari. Tradurre la fantasia in realtà può essere a volte molto costoso. Burton ha voluto essere realistico con le sue fantasticherie. Non ha usato quasi nessun effetto speciale. Ha preferito costruirla per davvero la fabbrica, quell’orgia visiva di colori e cartone: tutto lavoro di scenografia, trucchi, manuali di cinepresa e pochissimi effetti digitali. Perché il mondo della fantasia doveva sembrare il più reale possibile.
Qualcuno ha paragonato il Wonka di Johnny Depp a Michael Jackson, che ospitava i suoi piccoli fans a Neverland, il ranch californiano pieno di piscine, videogiochi e meraviglie, un paradiso ora macchiato dal dubbio che tutti quei colori servissero a distogliere l’attenzione da una parola che è tabù nel mondo delle favole, e che si chiama pedofilia. L’ombra dell’orco su Hansel e Gretel, l’ombra del cattivo sul piccolo Charlie. Johnny Depp è tornato in una favola moderna di Burton, dopo “Edward mani di forbice” quindici anni fa. Per l’attore, eccentrico e un po’ dandy col suo cilindro, parruccone nero, pelle sbiancata, abiti fuori tempo, più simile a Oscar Wilde che a un cioccolataio, ora è arrivato finalmente il momento di imprimere le mani nel cemento delle celebrità. C’è anche la sua mattonella adesso, tra le stelle di Sunset boulevard. Forse è anche merito del cioccolato. Come dire, dulcis in fundo.
La fabbrica delle meraviglie
La morale della favola è tutta nella fabbrica di cioccolato. È lei la vera protagonista del film. Fa parte della fantasia di generazioni di ragazzi, è un luogo dell’immaginazione che conosciamo benissimo. Come la casetta di marzapane di Hansel e Gretel. Solo senza la strega. Come la casa della famiglia Addams. Solo a colori. Come i funghi abitati dai puffi. Solo che qui gli ometti blu si chiamano Umpa Lumpa, lavorano il cioccolato e cantano filastrocche come in un musical. La fabbrica di cioccolato è il sogno proibito, e forse anche un po’ il nostro rifugio, la nostra salvezza, la nostra isola che non c’è. Se non esistesse davvero, ci ritroveremmo sempre e per sempre nel mondo degli adulti dove, come scriveva Saint Exupery nel “Piccolo Principe”, non si parla di stelle o di boa che mangiano elefanti, ma solo di cappelli, cravatte, affari e altre banalità.
Il cioccolato, poi, rende questo luogo e questa storia del tutto speciali. Il cibo ha una fascinazione particolare in letteratura. Figuriamoci nei racconti per bambini. Non so se ricordate, ma la pozione magica che Alice nel paese delle meraviglie beve per diventare piccola e passare sotto la porta che la condurrà al giardino della regina di cuori, quella contenuta nella bottiglietta che diceva “bevimi”, sapeva di “crostata di ciliegie, crema, ananas, tacchino arrosto, caramello e biscotti al burro”. Sogno da sempre di assaggiare quell’intruglio. Ora che ci penso, mancava la cioccolata.
Nella fabbrica tutto si può mangiare, dalle siepi ai fiumi, come nel paese della cuccagna. Ma anche qui qualche tremenda punizione attende i bambini capricciosi e viziati. Ci sono dei presagi. Nei titoli di testa il cast annega nella cioccolata. E nell’ultima scena del film la reggia di Wonka si scioglie fondente al sole. La cioccolata da sempre è legata al senso di colpa. Alzi la mano chi non ne ha mai provato almeno un po’, affondando il cucchiaio, o addirittura le dita, nel barattolo della nutella. Di solito non si aspetta neanche di scendere dalla sedia che ci ha permesso di raggiungere lo scaffale più alto. Si mangia dirattamente lì, in piedi, senza stare tanto a pensarci.
Un po’ di ingordigia è inevitabile. È così che si assapora la cioccolata, ed è così che ci si gode quel trionfo di zuccheri che è il film di Burton, un film gotico, nero e disperato sotto l’ingannevole glassa di humour e cioccolato, un luogo macabro ma pieno di bambini, dove sembra essere sempre Halloween. Una scorpacciata di storie, personaggi, colori e sensazioni, tutta da mangiare, per cui non resta che prendere il plaid, accomodarci in una poltrona soffice, e lasciarci travolgere da questo film cioccolatoso. Andrà bene anche per Natale. Anche se forse, allora, ci verrà la nostalgia, e la voglia di scovare quella vecchia videocassetta del 1971.
Curiosità
“La fabbrica di cioccolato” diventerà un videogioco, per PlayStation e Game Boy, dove si acquisiscono abilità facendo scorpacciate di dolci e chiedendo l’aiuto degli Umpa-Lumpa.
Per gli Umpa Lumpa Tim Burton ha usato uno dei pochi effetti speciali del film. I folletti sono tanti, ma in realtà l’attore che li impersona è uno solo, Deep Roy, moltiplicato per 165.
La Warner Bros. aveva pensato a Martin Scorsese come regista, e tra i candidati al personaggio di Willie Wonka c’erano Jim Carrey, Nicolas Cage, Steve Martin, Robin Williams, Christopher Walken, Michael Keaton, e persino Marilyn Manson.
Burton nel suo film fa la parodia ad alcuni famosi film americani. Ad esempio, una tavoletta di cioccolato diventa il monolite lanciato nello spazio di “2001 odissea nello spazio”.
Cioccolato di carta
Il racconto da cui prese vita il film fu scritto tutto con carta e matita. L’autore lo inventò chiuso in una stanza segreta in fondo ad un giardino. In mezzo alla stagnola delle tavolette del cioccolato che mangiava dal bambino.
Tutto cominciò con un libro. Prima di avere il bel faccino di Johnny Depp e prima ancora dei capelli rossi e degli occhi spiritati di Gene Wilder, Willy Wonka abitava la fantasia di uno scrittore del Galles di origini norvegesi, Roald Dahl. L’inventore dei coloratissimi Umpa Lumpa ebbe in realtà una vita travagliata, e un po’ strana. Come quando un incidente d’auto gli provocò l’asportazione del naso: il chirurgo riuscì a riattaccarglielo, ma rimase storto per sempre. Nato a Llandaff il 13 settembre 1916, a 18 anni volò in Africa a lavorare per una compagnia petrolifera, poi, durante la Seconda guerra mondiale, gli aerei li fece volare lui, come pilota. Quando scriveva si chiudeva in una stanza in fondo al suo giardino. Un giardino segreto, dove lavorava sprofondato in una poltrona sgangherata appartenuta alla madre, avvolto in un vecchio sacco a pelo. In quella stanza nessuno poteva mai entrare, riordinare o fare pulizie. E sul tavolo, un tesoro: una palla d’argento fatta con la stagnola delle tavolette che mangiava da piccolo. Usò sempre e solo carta e matita per scrivere, ed era anche un po’ taccagno: comprava dei libri, li leggeva e la sera li riconsegnava in libreria, facendosi ridare indietro i soldi. Per “La Fabbrica di cioccolato” curò anche la sceneggiatura. Anche “I Gremlins”, i malefici mostriciattoli verdi portati sul grande schermo dalla Disney, sono nati dalla sua mente, nel 1943. Dopo quello, una valanga di titoli. Ha scritto anche libri per adulti, ma era solito dire: “Gli adulti sono troppo seri per me. Non sanno ridere. Meglio scrivere per i bambini, è l’unico modo per divertire anche me stesso”. Forse è per risvegliare i bambini nascosti anche nelle persone più arcigne che Roald scrisse una favola in cui tutto grondava cioccolata. Davanti a un barattolo o ad una tavoletta, tutti ci sciogliamo. Ora è nato per lui un museo a Londra. L’ha voluto J.K.Rowling, la mamma del maghetto Harry Potter. Così il cerchio della magia si chiude, e anche la favola della vita di Roald Dahl può finalmente avere il suo lieto fine.
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