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Il cane giallo della Mongolia
La famiglia Batchuluun è una vera famiglia Mongola. Byambasuren Davaa ha deciso di ambientare nella loro tenda di nomadi quello che avrebbe dovuto essere un semplice compito per diplomarsi in storia del cinema a Berlino. Altalenando tra documentario e finzione, la regista ruba loro i ritmi, le abitudini, i piccoli gesti delle settimane di fine estate. Alla fine del film i ringraziamenti arrivano per tutti. Anche per piccolo di pochi mesi che non sa la differenza tra vivere e recitare se stesso.
di Alessia Mari |

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inserito a Giugno 2006
Nansal ha 6 anni, figlia maggiore di una famiglia nomade della Mongolia. Passa la stagione fredda in città, per la scuola, e quella calda sotto le tende dei genitori, sugli altipiani, impegnata ad accudire i fratellini, ad aiutare la mamma, a disobbedire al papà. Un giorno trova un cagnolino in una grotta, lo chiama Macchia e decide di tenerlo con sé. È suo per diritto di fortuna, poco importa se il papà teme che attiri lupi selvaggi tra le pecore dell’allevamento.
Cielo azzurro. Scenario immutabile. Il film comincia così. Steppe, monti e spazi immensi, in cui tutto ciò che è umano si perde, fino a diventare un puntino visto dall’alto. Poi, a sorpresa, primi piani intensi sulla pelle liscia dei bimbi, o su quella corrucciata dei genitori. A volte si lascia che a recitare siano le ombre, proiettate sulle tende dalla luce delle candele. Mentre aspetti che accada la storia, il tempo scorre ritmato dal vento e dalle pale di un’elica. La civiltà è lontana. È un peluche fucsia portato da un viaggio di papà.
Riti e tradizioni si intersecano: il latte, per esempio. Spruzzato a terra per benedire la partenza, cotto sul fuoco per fare il formaggio da tagliare a filo, riscaldato per nutrire i bimbi, centellinato per conciliare gli dei.
La vita scorre. Scene di bambini che giocano o vengono sgridati, scene familiari in ogni parte del mondo. Bimbi cui si insegna che non puoi avere tutto quello che vedi, come non puoi mordere il palmo teso della tua stessa mano.
E poi le case basse, tonde, ricoperte di pelli pesanti, in cui si vive a ginocchia piegate, e ci sta tutta una vita dentro, tranne il posto per fare pipì. Case che si smontano e si ricostruiscono, come in un gioco a incastri di domino e shangai, fatte di legno e di ore stratificate Ci si sta per mesi sotto quelle tende, aggrappate a una terra che poi si ringrazia per l’ospitalità.
La vita scorre tra tappeti pesanti e scodelle di legno. Poi un giorno, arriva un mestolo di plastica verde, che in quel mondo non c’entra niente, e infatti il mondo delle steppe e delle tende lo rifiuta. Ma servirà, perché tutto prima o poi serve a qualcosa. Per esempio a nutrire un cane trovatello che diventa compagno prezioso di mille ore vuote.
Quel cane che forse era un uomo, come insegna la storia di papà: invece della coda una treccia di capelli. O forse è il cane giallo della leggenda, raccontata dalla donna anziana che salva Nansal dalla paura della pioggia. La favola antica del cane giallo della Mongolia, che impedisce gli incontri di due innamorati: la ragazza guarirà dalla malattia del mal d’amore solo dopo aver abbandonato il suo cane. Anche Nansal dovrà fare lo stesso.
Ma intanto ascolta la donna dalla pelle rugata, che parla di vite che precedono e vite future, per cui reincarnarsi in un essere umano è facile come per un chicco di riso rimanere in bilico sulla punta di uno spillo, mentre gli altri scendono a pioggia, cadono a cascata per diventare altro. Ma quando la reincarnazione succede i bimbi se lo ricordano, sono i soli a ricordare le loro vite precedenti, e raccontano storie, storie proibite e sconosciute agli adulti calmi e invidiosi. Perché tutti muoiono, ma in fondo non muore nessuno.
E il tempo umano che sfiora tutto questo, tra tende, pelli, bambini, cani e chicchi di riso, è un furgoncino che viene dalla città e richiama alle elezioni politiche. Per decidere le cose importanti della vita. La vita degli altri.
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