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Anche Libero va bene

Prima regia di Kim Rossi Stuart per una storia di famiglia e di disagio, e di piccole felicità tra le mura di casa. Renato (Kim Rossi Stuart) cameraman cinematografico e padre single abbandonato dalla moglie Stefania (Barbora Bobulova), cerca di accudire i due figli, Viola e Tommi (il piccolo Alessandro Morace). Ma non è semplice, alle prese con le frustrazioni della quotidianità e con il dolore per un amore perduto

di Alessia Mari

kimrossistuart

Inserito a Luglio 2006

È la telecamera che colpisce, di questo immergersi per la prima volta in ciò che si vede da dietro la macchina da presa. Lo sguardo fisso della telecamera di Rossi Stuart regista, che incontra lo sguardo fisso e disperato del Rossi Stuart attore.
Telecamera che entra e esce dall’acqua insieme alle bracciate di un bambin,o che non ce la fa più ad accudire l’orgoglio ferito e frustrato del papà, e che ad una famiglia disastrata eppure affettuosa chiederebbe solo di essere libero di giocare a calcio. E invece deve nuotare, forse un sogno infranto del padre da giovane.

Telecamera che sbircia nel mondo di una prima media senza sperare di capirlo, ma intuendo che ci sono le stesse piccole violenze che nel mondo dei grandi. Quella classe di ragazzini in cui c’è un mistero che non va spiegato: un biglietto con un “ti amo” scritto sopra, senza firma, perché i ragazzini sono timidi, e invece le ragazze no. Tutto il contrario dei pescespada maschi della ricerca, che si fanno pescare se la femmina è già nella barca, mentre invece l’uomo è l’unico animale in cui il maschio è timido, e a dichiarare l’amore non ce la fa.
Telecamera che inquadra lo sguardo fisso della mamma sempre “via”, macchiata di una colpa grave, quella dell’assenza, ma che tuttavia col volto di pianto attende e spera il perdono dell’uomo che la voleva amare, ma soprattutto il perdono dei figli che del suo amore presente avevano bisogno.

Telecamera fissa che non ci fa vedere la sorpresa, la rabbia e l’incertezza di quell’uomo che deve perdonare, e fidarsi, rischiare dolore una volta ancora.
Telecamera che indugia sui panni che in cucina sgocciolano davvero. Su una cucina finalmente riordinata, dove gli interni rossi brillano di nuovo solo se e quando torna la mamma. Lei è perfetta, in quell’attimo successivo al perdono, prima che torni l’ansia di fuggire ancora, illumina la cucina, cuore della casa, ma non di lei, non per molto ancora. Ma per un po’ ci prova, e la cucina ritorna pulita, e ci sono i piatti, e la tovaglia, e i dettagli rossi. Lei che tanto non torna, lei che per un momento accarezza l’anima del suo bimbo e di quel regista mancato che ha mancato anche di poterla amare. Lei che ci ha provato e che non ce la fa. Lei, il cui ritorno per il figlio è un pericolo e non una gioia, il pericolo di un nuovo abbandono, di un nuovo dover ritornare grande all’imporvviso.

E poi loro, figlio e papà, storia di un amore con poche parole, di rabbia gridata e rabbia repressa e sfogata sui tetti. Un padre con l’anima graffiata ma gentile, un figlio più grande della sua età per il carico di dolore che porta a scuola ogni giorno insieme alla cartella. La famiglia perfetta che abita al piano di sotto, ma non è la sua famiglia, e lui in realtà desidera la sua, anche così disastrata va bene. Perché è anche lui, il piccolo di casa che, dal basso, deve lavorare duro per tenerla unita questa famiglia.
Come il calcio. Voleva essere attaccante, ma basta che non siano più le lezioni di nuoto, e poi, anche libero va bene.