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Pronti, via. Primo giorno: si comincia
Pattinaggio maschile, prime prove al Palavela. Aspettando la cerimonia di apertura, c’è chi ha già cominciato a scaldarsi. Non solo gli atleti...
di Alessia Mari
L’ho già scritto, senza i volontari questa macchina di ghiaccio si scioglierebbe al sole. Meno male che ci sono: giovani e anziani; universitari solerti e alpini col cappello. La penna nera stacca sulla tuta olimpica.
Ma si sa, i giornalisti sono irritabili, si scaldano presto, hanno da fare: un minuto di ritardo vuol dire perdersi la fiaccola che sta per arrivare in città. E quando i pass per la festa di apertura di stasera tardano ad arrivare, i primi additati sono loro, i volontari. La festa, la festa, non si può perdere la festa! I posti rischiano di non bastare, e nessuno vuole perdersi le coreografie di Arturo Brachetti, torinese doc e più famoso trasformista al mondo, che si cambierà d’abito alla velocità della luce. Sarà un evento, non si può mancare. I pass servono subito, e i volontari si agitano per spiegare che in qualche modo risolveranno anche questa. Meno male che il caffé (gratis) alla vip lounge scalda il corpo e tranquillizza gli animi.
Anche perché, mentre si aspetta, inizia un’altra festa, quella vera, degli atleti. Primo giorno: pattinaggio maschile. Il Palavela è mezzo pieno già dalle 11. Scuole, soprattutto. Bambini in tuta rossa orgogliosi dei loro cartellini appuntati sul petto, con le maestre che approfittano dell’attesa per un ripasso di geografia grazie alle bandiere appese tutte intorno.
Uno dei primi pattinatori si chiama Luca Cadez. Il povero slovacco, infatti, cade poco dopo l’inizio del suo numero. Due volte. Ma il pubblico ancora non si è scaldato, non lo sostiene, accompagna solo la musica col battito di mani, la colonna sonora di “Mission impossibile”. L’inglesino che viene dopo, invece, ha un sacco di fan. Le ragazzine urlanti aumentano per l’ucraino Alerei. Ma la maggior parte del pubblico si trattiene, il primo italiano, Paolo Bacchini, arriverà solo al quarto blocco. Intanto, il pattinatore turco danza sulla musica de “La vie en rose”. Rosa shocking anche la sua T-shirt. Il francese Deslot, invece, ha scelto una cravattina azzurra.
Ma nei primi due blocchi a far alzare le urla è il giapponese Nobunari Oda, che in perfetto stile nipponico non sbaglia neanche una piroetta, dall’inizio alla fine. Tecnica impeccabile che scalda il cuore e le mani del mio collega giapponese qui a fianco in tribuna stampa: le dita corrono veloci sulla tastiera, il file word a lettere verticali si allunga, e quando la giuria decreta per il suo compatriota il primo posto provvisorio in classifica, lui, ligio, vola a chiamare la redazione oltreoceano, che aspetta le notizie nella notte fonda del Giappone, dove è quasi già domani.
Pausa. I soliti volontari scendono i pista per risanare la lastra di ghiaccio, piena di ferite. Secchio e spatola, instancabili. Mi guardo intorno. I ragazzini sugli spalti aumentano. Striscioni e coretti “Italia, Italia”, anche qualche ola, per scaldarsi un po’. Si ricomincia. I tempi sono cronometrati al secondo. Il quarto blocco arriva puntualissimo, invece dell’orologio mi basta consultare il programma. Ore 14.12, tocca a Paolo. La speaker deve zittire le ragazzine, che rischiano di far deconcentrare il loro principe sui pattini. E il principe non sbaglia un colpo. Dopo 2 minuti e 49 secondi di volteggi, si inchina a ringraziare, mano sul cuore, i quattro lati del palazzetto che si sono squarciati la gola per lui. Purtroppo non è bastato. Solo settimo in graduatoria temporanea. “Uffa! – si lamentano i bimbi sull’autobus, con la maestra che li raccattta tutti per prendere al volo il treno dalla stazione Lingotto – Non aveva sbagliato neanche una piroetta!”.
Nulla è perduto, ma si sa, la vita è dura alle Olimpiadi, anche a quelle dei giovani. E se i cani della polizia hanno già bonificato la pista della zona salti lassù a Pragelato (qualche bomba olimpica, non si sa mai…), i dipendenti San Paolo protesteranno stasera proprio ai cancelli della festa d’apertura, per ricordare, a chi non lo sapesse, che lo sponsor delle olimpiadi invernali non è proprio quello dello scorso anno, che qualcuno di loro teme per i posti di lavoro.
Polemiche a pioggia (che si spera arrivi per regalarci un po’ di neve) anche dalla medaglia olimpica Enrico Fabris: l’Italia sarebbe l’unica a non avere una pista da ghiaccio al chiuso dove far allenare i suoi atleti, tanto che lui e gli altri pattinatori sarebbero costretti ad allenarsi in Germania. Vorrebbe l’Oval di Torino tutto l’anno. “Nessun problema – la frecciata dell’organizzazione – solo che nessuno ce lo aveva mai chiesto”.
E se una frecciata va pure alla Rai, che segue le gare solo per poche ore, che sfigurano in confronto alle 50 ore di trasmissione di Eurosport, è anche vero che, alla fine, la macchina funziona. Sarà grazie ai 30 milioni di euro che si sono spesi (da recuperare con gli oltre 100 mila biglietti già venduti). O, come al solito, grazie ai volontari di turno, e a quelli che si fermano a lavorare anche fuori del loro, di turno.
Alla fine i pass per la festa arrivano, e gli uomini della neve alle 3 del pomeriggio, possono andare finalmente a pranzo. Solo due minuti. Poi la valanga li travolgerà di nuovo.
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